Questo lavoro si sviluppa a partire da un presupposto tanto radicale quanto perturbante: dopo la morte clinica, il cervello mantiene per alcuni minuti un’attività intensa, capace di riattivare aree legate alla memoria e alla percezione. In questo spazio sospeso, il tempo perde la sua linearità e implode in un presente assoluto.
Il riferimento a Martin Heidegger è centrale: l’essere, intimamente legato al proprio tempo vitale, trova nel momento della morte il compimento della sua totalità. Ma qui il progetto si spinge oltre: l’eternità non è un altrove metafisico, bensì un ritorno infinito ai propri ricordi, nella forma in cui essi emergono negli ultimi istanti.
Le immagini, ottenute con tecnica analogica, restituiscono questa condizione interiore senza mai descriverla letteralmente. Volti ingranditi fino a perdere definizione, superfici materiche, frammenti percettivi: ogni elemento visivo sembra provenire da un archivio mentale in cui nitido e sfocato, luce e ombra, convivono senza gerarchia.
In questo ciclo, paradiso e inferno coincidono con la qualità dei ricordi stessi: se sono luce, la luce si farà eterna; se sono ombra, l’ombra sarà la dimora definitiva.
La fotografia diventa così il dispositivo perfetto per evocare un tempo che non scorre più, ma pulsa e si stratifica, restituendo all’essere il suo ultimo, infinito istante.